Sono arrivata a Ca’ Segurini, in località Savarna (RA)  in una piovosa domenica di gennaio. Debbo ringraziare un amico che ha insistito per effettuare la visita perché, considerate le pessime condizioni meteo, io avrei anche rinunciato.  Ma mi sarei persa qualcosa. E’ stato un pomeriggio di grande interesse dal punto di vista culturale e di calda accoglienza da parte di due persone squisite, Romano Segurini e la moglie Maria Rosa che hanno una splendida casa, trasformata in museo della civiltà contadina. La dimora ottocentesca rappresenta il classico esempio di casa rurale della Bassa Romagna: Romano Segurini  l’ha acquistata dopo il pensionamento e ne ha fatto il centro espositivo della propria collezione composta di più di duemila pezzi, nonché il centro attorno al quale ruotano iniziative teatrali, laboratori, eventi culturali in genere. Una grande passione pluriennale anima questo vero e proprio museo etnografico, facente parte della rete museale della Provincia di Ravenna. Un tempo fu possedimento dei Conti Rasponi, poi dei Conti Guidi, infine dei Brocchi, oggi è proprietà della famiglia Segurini.

La bellezza del luogo non consta solo nel poter ammirare e toccare con mano gli oggetti della cultura materiale contadina, ma anche e soprattutto nel sentirsi raccontare storie ed aneddoti che a ciascuno di essi sono legati. E Romano e Maria Rosa lo fanno con energia e entusiasmo, elementi tipici di coloro che non fanno trasmissione del sapere per mestiere, piuttosto per grande passione personale. Accanto alla dimora sono stati realizzati negli ultimi anni due capanni: é capan – il ricovero degli attrezzi -, e la capàna – la cantina. Un viaggio nel viaggio, una sensazione piacevolissima ti assale quando entri in questi spazi, il piacere della memoria, un sapere autentico, tramandato di generazione in generazione.

Sono stati realizzati grazie a Alvaro Agostini, di San Marco, uno dei pochi maestri d’ascia ancora in grado di costruire questo tipo di abitazioni rurali tipiche delle zone umide di Ravenna. Interessante osservare la trasformazione della antica porcilaia in uno spazio adibito a dépendence per gli ospiti, completa di cucina, camera da letto e bagno.

Ma facciamo ritorno nel museo: la collezione di caveje è davvero impressionante, forse più cospicua di quella che ho avuto modo di osservare presso il MET di Santarcangelo di Romagna (RN). Recentemente inoltre Sergio Lancieri ha concesso la propria collezione in esposizione al museo, andando ad arricchire la collezione preesistente, attuando una bella sinergia al servizio della collettività. Ora i pezzi esposti ammontano a 300, per un periodo storico compreso tra la fine del 1700 e i primi del Novecento: essi sono di tipi diversi,  nobili e poveri insieme, senza distinzione alcuna. Emblema della Romagna contadina, le caveje si utilizzavano in origine nel carro trainato da buoi tra il giogo e il carro; ma con il tempo vennero adibite anche ad altri scopi. Attualmente molte aziende in Romagna inseriscono l’immagine della caveja nel proprio logo, e molti artisti si misurano con la riproduzione dello strumento in ferro battuto e/o acciaio.

Tra i duemila pezzi esposti all’interno del museo privato Ca” Segurini, troviamo utensili per la cucina, per la produzione del pane, per la macinazione del maiale, per la lavorazione della canapa, per la filatura e la tessitura, per la produzione del vino e la pigiatura dell’uva, per la raccolta delle barbabietole, per la fienagione. Non mancano gli attrezzi utilizzati dagli artigiani: il bottaio, il falegname, il calzolaio, il muratore, il fabbro. Ma sicuramente gli attrezzi più numerosi sono quelli del contadino: zappe, badili, vanghe, forcaioli, rastrelli, pale, utensili per mietere il grano.

Romano Segurini da decenni esce di casa la mattina presto, giorno dopo giorno,  per recarsi nei mercati di antiquariato della Romagna. E così non potevano mancare a questa splendida rassegna storica della civiltà contadina i mezzi di trasporto utilizzati per il trasporto delle merci e delle persone: calessi decorati e non, traini, finimenti, collari, cinghie, briglie, redini, il tutto collocato in un capannone di recente costruzione, che si sarebbe desiderato in legno, ma che ha ottenuto l’edificabilità solo in metallo.

Al termine della visita abbiamo degustato, con nostro sommo piacere, un liquore confezionato dalla padrona di casa, al gusto di erba luigia. Registriamo così ancora una volta un sapore autentico e una calda accoglienza in questa splendida terra di Romagna. E’ stato inoltre per noi possibile acquistare il volume “Caveja Cantarena”, curato da Wanda Bandini per il Museo Etnografico Sgurì, che potete trovare in vendita nelle migliori librerie e che vi consiglio caldamente. Per ulteriori info su questo suggestivo tassello della nostra esplorazione della Romagna  visitate  www.museoetnosguri.it.